Sono nata il 7 agosto. Questo me lo ricordo. L'anno no, non saprei. Guardandomi le mani direi che di anni ne sono passati parecchi, ma i numeri hanno davvero poco valore oramai.
Il 7 agosto, si, questo lo so! Leone. Lo dice lo zodiaco, e con questi capelli, con questa criniera bianca e forte, un leone lo sembro per davvero.
Sono in un letto nella penombra, ma non ho idea di come ci sia arrivata o quando. Vedo sguardi accondiscendenti, e sguardi stanchi e scocciati, vedo mani che si muovono e vedo parole che non riesco a sentire. Sto galleggiando dentro ad una bolla e guardo divertita tutto quell'affaccendarsi la fuori. Qui invece e' come se il tempo si fosse fermato, o forse, come se non fosse mai esistito.
Dicono che la mia memoria sia come un tappeto che si sia arrotolato ormai del tutto; si e' arrotolato prima sui ricordi più vicini e poi ha continuato piano ed inesorabile ad arrotolare e cancellare, fino a quando e' rimasto solo qualche filo colorato ed un po' aggrovigliato a farmi il solletico ai piedi. Di cazzate me ne hanno raccontate parecchie da quella prima visita, ma questa del tappeto che si arrotola forse, adesso, mi sembra un po' meno cazzata delle altre. Pero' sono nata il 7 agosto, e questo lo ricordo!
Un leone, coraggioso ed un po' incosciente. Ve l'ho mai raccontato di quella volta che ho imparato a nuotare? Ho trascinato Maura sulla spiaggia, in corso Italia. Tutti i ragazzi si tuffavano e nuotavano, mentre le ragazze cercavano di non abbronzarsi le carni bianche sotto quel sole luminoso. Ed io morivo dalla voglia di scrollarmi di dosso quelle vocine lamentose e quei risolini affettati. Ho detto a Maura:" Al 3 ci buttiamo, e al costo di annegare dobbiamo arrivare al primo scoglio". Beh mi sembra chiaro che non siamo annegate!
Di soldi non ce ne erano, mai. Per me poi, che ero la terza figlia, femmina dopo due maschi, dei soldi non sentivo nemmeno l'odore quando entravano in casa. Allora ho capito che dovevo pensare da sola a me, essere scaltra e prendere cio' che mi spettava, senza aspettare che nulla mi fosse regalato. Dovevo fare il leone.
Erano tempi duri, tempi di guerra.
Ho scoperto che mio padre teneva del vino nascosto in botti sotto il lavandino. Ho anche scoperto che al mercato nero compravano quel vino a prezzo d'oro.
Mio padre non si e' mai lamentato di tutto quel vino annacquato che ha bevuto. Io mi sono disegnata la riga delle calze con un pennarello, e, con quei pochi soldi racimolati, sono andata in balera.
Ho ballato il tango, ho ballato ad occhi chiusi, muovendo la testa ed accarezzandomi la schiena con i capelli; dimenticando la guerra; dimenticando che il ballerino era solo quello spilungone di mio fratello.
Ah mio padre, cosi' severo! Se glielo raccontassero troverebbe le forze per uscire dalla tomba e chiudermi nello sgabuzzino.
Una vita e' passata, così' in un lampo, ed in un lampo dimenticata, come se avessero spento un interruttore. Non so se ho fatto un buon lavoro. E' stata una vita piena di imperfezioni, di curve troppo strette. Mi hanno chiamata egoista, li ho sentiti. E forse si, sono stata anche quello.
Pero' ho regalato al mondo colori, voglia di vivere; e risate, tante, grosse, rumorose risate.
Ecco, ecco chi sono; sono nata il 7 agosto, ed avevo il sole che mi bruciava dentro.
Cara Elsa, nata senza padroni, questo e' il mio regalo: aiutarti a raccontare gli ultimi bandoli di quel tappeto arrotolato. Perche' le storie muoiono se non vengono raccontate.
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Thursday, 7 August 2014
Sunday, 3 August 2014
Le Scarpe
Pinuccia. Certo quel nome non le si addiceva per nulla. Lei cosi’ elegante, cosi composta.
I diminutivi, poi, le facevano orrore. Pina? Nuccia?
Le capitava di indugiare davanti allo specchio, per aggiungere una forcina a quello chignon immacolato, o incipriarsi le guance per nascondere impercettibili imperfezioni della pelle. A quel punto sollevava una mano, come per presentarsi ad un’altra se stessa: “ Lavinia, il piacere e’ tutto mio”.
Ecco, Lavinia, quel nome si che le sarebbe andato a pennello!
Indossava camicie di seta e gonne senza mai una piega, la signora Pinuccia, tanto che si raccontava che non si fosse mai seduta per davvero, ma stesse in equilibrio con il sedere a pochi centimetri dalla seggiola per non sgualcire i vestiti.
Aveva scarpe lucide, che scambiava immediatamente con pantofole di velluto non appena entrata in casa, senza che mai la pianta del piede toccasse il suolo.
Era perfetta la vita della signora Pinuccia, fino a quando non trovo’ quel biglietto lasciato in bella grafia da suo marito, sempre cosi’ attento ed ordinato:
“Cara Pina, tutto quell’amido nei colletti delle camicie mi ha fatto venire l’orticaria. Sogno una vita di calzini spaiati e mutande non stirate. Parto. Addio”
Non fu lo shock dell’abbandono, quanto l’affronto di trovare tutte quelle camicie, calzini e mutande gettati fuori dai cassetti, appallottolati e mischiati alla rinfusa sul letto.
Alla signora Pinuccia manco’ il respiro e senza pensare si sedette pesantemente sulla poltrona, noncurante delle pieghe sul tubino antracite.
Sempre sovrappensiero si tolse le scarpe ed accarezzo’ il marmo freddo del pavimento con le dita dei piedi, traendone un inaspettato ed euforico piacere.
Tento’ di ricomporsi, ma ricadde felice sul divano; tento’ anche di rimettersi le scarpe, ma i piedi proprio non ne vollero sapere. Cosi’ le getto’ dalla finestra.
Si racconta che la Signora Pinuccia non riusci’ mai piu’ ad infilarsi un paio di scarpe
Questo testo partecipa al concorso per il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri.
Se vi è piaciuto, cliccate qui e votatelo con un "Mi piace" direttamente sulla nota (non sugli status!) e aiutatelo a vincere un'iscrizione gratuita.
Le votazioni verranno chiuse il 31 agosto 2014.
Monday, 9 September 2013
Trauma.Tico.
Il Rientro.
Il Rientro e' Traumatico, e' supertraumatico, e' megatraumatico.
Andrebbe fatto per gradi, poche ore al giorno, come fanno per l'inserimento all'asilo:
Lunedi' si rientra un paio d'ore alla vita normale e poi via al mare;
Martedi fai anche la pausa caffe' e la spesa e poi ti rispaparanzi in piscina;
Mercoledi una buona mezzagiornata di stress ma poi molli la prole ai nonni e te ne vai nel paesino provenzale a farti aperitivo e cena fino ad arrivare ad una completa giornata di scassamento palle il Venerdi ma poi chissene che il giorno dopo e' Sabato!
E invece no! Noi abbiamo la capacita' di mandare alle ortiche le riserve di riposo e relax accumulate in vacanza nel giro di un paio d'ore PRIMA del rientro.
E non e' che ci capitano, nono, ce le andiamo proprio a cercare!
Che voglio dire, ormai dovremmo essere abbastanza avvezzi alle partenze. Anzi forse il problema e' che lo facciamo troppo spesso. Gli snob dell'aeroplano.
Ma si, partiamo con la solita mezzora di ritardo che tanto all'aereoporto arriviamo lo stesso.
Ma che vorrai mica controllare il terminal dell'aeroporto prima di partire no?
Ma dai, che e' tutta quest'ansia che non voliamo nemmeno RyanAir, si arriva con calma si parcheggia e poi si vede.
Parcheggia la macchina, smonta i bambini, passeggino, bagagli, vai al terminal.
Cazzo e' il terminal sbagliato.
Chiama i nonni che ti seguivano in macchina, digli di fiondarsi all'altro terminal mentre tu tenti di capire dove e' la navetta che va da un terminal all'altro e nel frattempo perdi il marito perche' mentre spingi il passeggino con il Bibo, la Bibi si e' piantata sulle scalemobili.
Litiga con il marito su chi e' la colpa dell'essersi persi e nel frattempo perdi la navetta che va all'altro terminal.
Cazzo fra 15 minuti chiudono il checkin.
Torna di corsa al parcheggio, macchina, bagagli, bambini, passeggino, paga, esci, altro terminal.
NOOOOO non ci si può fermare neanche davanti alle partenze.
I nonni abbiamo perso i nonni.
Chiama la nonna:" nonna buttati sul bancone della easyjet e digli di non chiudere, anzi digli che se non ci aspettano ti fai karakiri li' davanto a tutti in atto dimostrativo"
Ferma la macchina 5 secondi per far uscire la mammaInSe, i passaporti e le valigie mentre il Mr.M. rifa' tutto il giro dell'aeroporto che non sa dove fermare la macchina.
Cazzo la mammaInSe e' da sola con 4 valigie e due zaini. Stanno chiudendo il checkin.
La mammaInSe porta due valigie alla volta per 15 metri alla volta in modo da non perderle mai di vista, torna indietro, altre due valigie, altri 15 metri. Zaino in spalla e borsa in bocca, sudando copiosamente e perdendo brandelli di abbronzatura lungo il percorso.
La nonna vorrebbe aiutarla ma non la trova e continua a chiamarla e la mammaInSe oltre alle 4 valigie, lo zaino e la borsa risponde al cellulare ansimando ed urlando in maniera completamente isterica.
Il checkin, ultima chiamata, stanno chiudendo.
Butta una valigia alla hostess gridando :"NOOOOOOOO"
Lancia i passaporti sul bancone mentre spinge tutte le valigie sul nastro.
La hostess le ripete che senza glia altri 3 membri della famiglia non puo' fare il check in e lei sta chiudendo le linee in quell'istante.
La mammaInSe e' sudata, un po' puzzolente, con l'occhio che le batte da stress, la mano tremolante ed uno strappo alla spalla per portare le 4 valigie che la accompagnera' per le prossime settimane.
Ed allora lo fa, strizza gli occhi, spreme fuori grossi lacrimoni ed implora la solidarieta' femminile.
Sarebbe arrivata anche a dipingere apocalittici scenari di violenza domestica in caso la famigliaInSe avesse perso il volo.
Per fortuna questa volta non e' stato necessario.
L'ultima azione eroica della mammaInSe e' stata lo slalom gigante alla coda del controllo di sicurezza con un bambino in braccio ed una bambina piangente attaccata alle ginocchia.
La famigliaInSe e' salita sull'aereo mentre tutti gli altri passeggeri si erano gia' agganciati le cinture di sicurezza e qualche ora dopo ha baciato suolo anglosassone.
I nonni hanno necessitato un paio di bombolette di ossigeno ed una subitanea cura ricostitutiva per riaversi dalla nostra partenza.
Non credo che i nonni accetteranno mai piu' di accompagnarci ad un' aeroporto. Anche il medico di famiglia lo ha fortemente sconsigliato.
Il Rientro e' Traumatico, e' supertraumatico, e' megatraumatico.
Andrebbe fatto per gradi, poche ore al giorno, come fanno per l'inserimento all'asilo:
Lunedi' si rientra un paio d'ore alla vita normale e poi via al mare;
Martedi fai anche la pausa caffe' e la spesa e poi ti rispaparanzi in piscina;
Mercoledi una buona mezzagiornata di stress ma poi molli la prole ai nonni e te ne vai nel paesino provenzale a farti aperitivo e cena fino ad arrivare ad una completa giornata di scassamento palle il Venerdi ma poi chissene che il giorno dopo e' Sabato!
E invece no! Noi abbiamo la capacita' di mandare alle ortiche le riserve di riposo e relax accumulate in vacanza nel giro di un paio d'ore PRIMA del rientro.
E non e' che ci capitano, nono, ce le andiamo proprio a cercare!
Che voglio dire, ormai dovremmo essere abbastanza avvezzi alle partenze. Anzi forse il problema e' che lo facciamo troppo spesso. Gli snob dell'aeroplano.
Ma si, partiamo con la solita mezzora di ritardo che tanto all'aereoporto arriviamo lo stesso.
Ma che vorrai mica controllare il terminal dell'aeroporto prima di partire no?
Ma dai, che e' tutta quest'ansia che non voliamo nemmeno RyanAir, si arriva con calma si parcheggia e poi si vede.
Parcheggia la macchina, smonta i bambini, passeggino, bagagli, vai al terminal.
Cazzo e' il terminal sbagliato.
Chiama i nonni che ti seguivano in macchina, digli di fiondarsi all'altro terminal mentre tu tenti di capire dove e' la navetta che va da un terminal all'altro e nel frattempo perdi il marito perche' mentre spingi il passeggino con il Bibo, la Bibi si e' piantata sulle scalemobili.
Litiga con il marito su chi e' la colpa dell'essersi persi e nel frattempo perdi la navetta che va all'altro terminal.
Cazzo fra 15 minuti chiudono il checkin.
Torna di corsa al parcheggio, macchina, bagagli, bambini, passeggino, paga, esci, altro terminal.
NOOOOO non ci si può fermare neanche davanti alle partenze.
I nonni abbiamo perso i nonni.
Chiama la nonna:" nonna buttati sul bancone della easyjet e digli di non chiudere, anzi digli che se non ci aspettano ti fai karakiri li' davanto a tutti in atto dimostrativo"
Ferma la macchina 5 secondi per far uscire la mammaInSe, i passaporti e le valigie mentre il Mr.M. rifa' tutto il giro dell'aeroporto che non sa dove fermare la macchina.
Cazzo la mammaInSe e' da sola con 4 valigie e due zaini. Stanno chiudendo il checkin.
La mammaInSe porta due valigie alla volta per 15 metri alla volta in modo da non perderle mai di vista, torna indietro, altre due valigie, altri 15 metri. Zaino in spalla e borsa in bocca, sudando copiosamente e perdendo brandelli di abbronzatura lungo il percorso.
La nonna vorrebbe aiutarla ma non la trova e continua a chiamarla e la mammaInSe oltre alle 4 valigie, lo zaino e la borsa risponde al cellulare ansimando ed urlando in maniera completamente isterica.
Il checkin, ultima chiamata, stanno chiudendo.
Butta una valigia alla hostess gridando :"NOOOOOOOO"
Lancia i passaporti sul bancone mentre spinge tutte le valigie sul nastro.
La hostess le ripete che senza glia altri 3 membri della famiglia non puo' fare il check in e lei sta chiudendo le linee in quell'istante.
La mammaInSe e' sudata, un po' puzzolente, con l'occhio che le batte da stress, la mano tremolante ed uno strappo alla spalla per portare le 4 valigie che la accompagnera' per le prossime settimane.
Ed allora lo fa, strizza gli occhi, spreme fuori grossi lacrimoni ed implora la solidarieta' femminile.
Sarebbe arrivata anche a dipingere apocalittici scenari di violenza domestica in caso la famigliaInSe avesse perso il volo.
Per fortuna questa volta non e' stato necessario.
L'ultima azione eroica della mammaInSe e' stata lo slalom gigante alla coda del controllo di sicurezza con un bambino in braccio ed una bambina piangente attaccata alle ginocchia.
La famigliaInSe e' salita sull'aereo mentre tutti gli altri passeggeri si erano gia' agganciati le cinture di sicurezza e qualche ora dopo ha baciato suolo anglosassone.
I nonni hanno necessitato un paio di bombolette di ossigeno ed una subitanea cura ricostitutiva per riaversi dalla nostra partenza.
Non credo che i nonni accetteranno mai piu' di accompagnarci ad un' aeroporto. Anche il medico di famiglia lo ha fortemente sconsigliato.
Monday, 8 April 2013
Il Secondo Nome - Spiegato dalla Bibi
La Bibi e' un personaggino buffo, si sa!
Non c'e' verso di infilarle un vestito, non c'e' verso di infilarle una calzamaglia, non c'e' verso di pettinarla e non c'e' verso di infilarle una maglia dentro ai pantaloni.
Ha sempre quest' aria un po' scanzonata ed un po' sbrindellata che tutto sommato le permette di mimetizzarsi piuttosto bene alla fauna locale.
Quando mi sveglio di ottimo umore, riposata e con il numero dell'esorcista a portata di mano, riesco anche ad imbarcarmi in una lotta all'ultimo sangue per metterle una gonna sopra i leggins, ma di solito lascio perdere.
Leggins, una maglietta di cotone e che-mai-mi-azzardi-ad-aggiungere-un-golfino, e calze rigorosamente spaiate.
E voilat, l'outfit della mia ragazzetta ribelle e' fatto e finito.
La Bibi, corre, salta, si lancia da un divano all'altro accompagnando il movimento ginnico con urla alla Haka degli "All Blacks" (Ka Mate, Ka Mate, Ka Ora Ka OrAAAAA), si arruffa istintivamente i capelli se mi avvicino con una spazzola e si infila gli stivali di gomma gialli per guardare la tele.
La Bibi ha un poncho di plastica con disegnato una divisa da pompiere e quando si traveste con le amichette lascia a loro il vestito da ballerina e lei fa il pompiere (che dopo aver appiccato il fuoco a suddetta ballerina, la innaffia e la salva).
Questo per dire, a chi non l'avesse ancora capito, che la Bibi non e' la principessina che si adorna di collane finte, di voile e di lustrini e che per ora non ha ancora ben chiari il concetto di femminilita', grazia e compostezza. Pero'.....perche' c'e' sempre un pero'...
La Bibi ama il Rosa. Non vuole necessariamente cose rosa, non si veste di rosa, ma in qualche modo il colore le appartiene, lo lega al suo essere una girly-girl e la distingue dal fratellino, che in quanto stinky-boy (?), deve per forza preferire il blu.
Evabbe', facciamocene una ragione!
L'altra sera la mammaInSe, mentre era tutta indaffarata a mettere a posto la cucina, tendeva un orecchio alla televisione e con l'altro ascoltava distratta una lunga conversazione fra M.M. e la Bibi.
Mr.M. cercava di spiegare il concetto del secondo nome ad una povera Bibi confusa.
"Allora Bibi, quando sei nata il babbo e la mamma ti hanno dato due nomi. Abbiamo scelto il tuo primo nome quando non eravamo nemmeno fidanzati (e la storia e' qui (ndr.)), e poi la tua mamma ci teneva tanto a darti anche il nome della sua nonna a cui ha voluto tanto bene"
"..." (espressione perplessa e confusa della Bibi)
"Quindi amore mio, il tuo nome completo e' Bibi Rosa, perche' la nonna della mamma si chiamava Rosa"
"Ah ho capito!" Risponde la Bibi con il faccino illuminato e felice di quella che si era confusa, ma adesso finalmente aveva chiaro tutto questo garbuglio dei nomi.
La mammaInSE continua a lavare i piatti.
Mr.M. butta un occhio alla televisione.
La Bibi pensa.
"Babbo, ma allora il mio fratellino "il Bibo" si chiama Bibo Blu??"
Ecco, adesso ditemi, DOVE HO SBAGLIATO?
Non c'e' verso di infilarle un vestito, non c'e' verso di infilarle una calzamaglia, non c'e' verso di pettinarla e non c'e' verso di infilarle una maglia dentro ai pantaloni.
Ha sempre quest' aria un po' scanzonata ed un po' sbrindellata che tutto sommato le permette di mimetizzarsi piuttosto bene alla fauna locale.
Quando mi sveglio di ottimo umore, riposata e con il numero dell'esorcista a portata di mano, riesco anche ad imbarcarmi in una lotta all'ultimo sangue per metterle una gonna sopra i leggins, ma di solito lascio perdere.
Leggins, una maglietta di cotone e che-mai-mi-azzardi-ad-aggiungere-un-golfino, e calze rigorosamente spaiate.
E voilat, l'outfit della mia ragazzetta ribelle e' fatto e finito.
La Bibi, corre, salta, si lancia da un divano all'altro accompagnando il movimento ginnico con urla alla Haka degli "All Blacks" (Ka Mate, Ka Mate, Ka Ora Ka OrAAAAA), si arruffa istintivamente i capelli se mi avvicino con una spazzola e si infila gli stivali di gomma gialli per guardare la tele.
La Bibi ha un poncho di plastica con disegnato una divisa da pompiere e quando si traveste con le amichette lascia a loro il vestito da ballerina e lei fa il pompiere (che dopo aver appiccato il fuoco a suddetta ballerina, la innaffia e la salva).
Questo per dire, a chi non l'avesse ancora capito, che la Bibi non e' la principessina che si adorna di collane finte, di voile e di lustrini e che per ora non ha ancora ben chiari il concetto di femminilita', grazia e compostezza. Pero'.....perche' c'e' sempre un pero'...
La Bibi ama il Rosa. Non vuole necessariamente cose rosa, non si veste di rosa, ma in qualche modo il colore le appartiene, lo lega al suo essere una girly-girl e la distingue dal fratellino, che in quanto stinky-boy (?), deve per forza preferire il blu.
Evabbe', facciamocene una ragione!
L'altra sera la mammaInSe, mentre era tutta indaffarata a mettere a posto la cucina, tendeva un orecchio alla televisione e con l'altro ascoltava distratta una lunga conversazione fra M.M. e la Bibi.
Mr.M. cercava di spiegare il concetto del secondo nome ad una povera Bibi confusa.
"Allora Bibi, quando sei nata il babbo e la mamma ti hanno dato due nomi. Abbiamo scelto il tuo primo nome quando non eravamo nemmeno fidanzati (e la storia e' qui (ndr.)), e poi la tua mamma ci teneva tanto a darti anche il nome della sua nonna a cui ha voluto tanto bene"
"..." (espressione perplessa e confusa della Bibi)
"Quindi amore mio, il tuo nome completo e' Bibi Rosa, perche' la nonna della mamma si chiamava Rosa"
"Ah ho capito!" Risponde la Bibi con il faccino illuminato e felice di quella che si era confusa, ma adesso finalmente aveva chiaro tutto questo garbuglio dei nomi.
La mammaInSE continua a lavare i piatti.
Mr.M. butta un occhio alla televisione.
La Bibi pensa.
"Babbo, ma allora il mio fratellino "il Bibo" si chiama Bibo Blu??"
Ecco, adesso ditemi, DOVE HO SBAGLIATO?
Monday, 18 March 2013
MeNtereopatica
Ci sono quei giorno che nascono neri, bui, uggiosi tristi.
Ci sono quei giorni in cui uno si sveglia incazzato, l'altra si sveglia esagitata, quell'altro ancora non si sveglia proprio perche' non c'e' stato verso di farlo dormire.
Inizi la giornata cercando solo una scappatoia per stare un po' meglio, qualcosa, anche piccolo, che ti faccia intravedere il lato bello della vita, allenti un po' quel nodo allo stomaco che non va ne' in su ne' in giu'.
Sara' il tempo, questa maledetta primavera che si fa corteggiare e sospirare e non accenna ad arrivare.
Sara' questo cielo bianco, come la Cecita' di Saramago. Una Cecita' bianca che nasconde i colorie che soffoca il buonumore e stringe ancora un po' quel nodo allo stomaco che, mannaggia alla miseria, e' sempre li' nonostante tutti i miei tentativi di sbarazzarmene.
In questi casi c'e' solo una cosa che mi salva. Uscire. Camminare.
'fanculo la pioggia attaccata ai capelli. Si esce Bibo amore di mamma, si lo so che piove, fa freddo e ti si gela il nasino, ma la mamma oggi soffoca. Oggi si cammina.
Ecco adesso va meglio. Ho scovato una passeggiata nel verde e senza macchine che mi porta da casa al mio mega supermercato e nel mega supermercato c'e' Starbuck con il Chai latte che mi aspetta e che sicuramente mi migliorera' la giornata.
Sono cosi', sono strana.
Quando sto bene e sono felice ho voglia di starmene a casa, fra le mie cose, possibilmente da sola.
Ma quando quel bianco apatico non se ne vuole andare, allora vuol dire che ho bisogno di aria, di suole sull'asfalto e cuore perso altrove.
Fra uno scossone e l'altro, quello piccolo si e' addormentato ed io mi sono fermata. Solo per guardarlo un po'. Ed ho sentito il primo click. Il primo interruttore che si accendeva, il primo nodo che si scioglieva.
Con l'anima molto piu' sollevata ed i capelli molto più bagnati (ecco bravi, provate un po' a tenere l'ombrello mentre spingete un passeggino!), sono rientrata a casa dove la ragazza che mi aiuta con le pulizie stava finendo di rassettare e si preparava per andare.
Lavora qui da pochissimo, non ci conosciamo quasi perche' non c'e' lingua in comune.
Lei arriva alla mattina, con la sua fascia in testa, il suo sorriso pulito, ed un quadernino con tutte le frasi in inglese che le potrebbero servire.
Oggi aveva l'aria un po' triste. Ha preso in braccio il Bibo e se lo e' baciato. Ed aveva gli occhi umidi.
Anche io ho una figlia, mi dice, un po' a gesti e con qualche parola rubata a lingue diverse.
Ha cinque anni. E mi mostra orgogliosa la foto di una biondina sorridente.
Dove e' la tua bimba mentre lavori? Le chiedo io in qualche modo.
In Moldova, risponde lei, con la nonna. La rivedro' forse a Settembre.
Come OSO essere di cattivo umore e con il magone?
Come OSO dare la mia buona sorte per scontata?
Come OSO dimenticare quanto questa vita mi dia ogni giorno.
A volte pensiamo che quel che abbiamo sia dovuto e meritato. Perche' siamo delle brave persone, perche' non facciamo male a nessuno, perche' ci prendiamo cura dei nostri cari ed abbiamo sempre fatto il nostro dovere.
Be' no, non e' cosi! E sarebbe bene ripetercelo ogni giorno. Usare un po' di piu' la mente per riorganizzare le emozioni, soprattutto quelle negative. Usare un po' di prospettiva per giudicare la nostra vita.
Smettere di buttare via sorrisi preziosi per problemi di carta.
Ci sono quei giorni in cui uno si sveglia incazzato, l'altra si sveglia esagitata, quell'altro ancora non si sveglia proprio perche' non c'e' stato verso di farlo dormire.
Inizi la giornata cercando solo una scappatoia per stare un po' meglio, qualcosa, anche piccolo, che ti faccia intravedere il lato bello della vita, allenti un po' quel nodo allo stomaco che non va ne' in su ne' in giu'.
Sara' il tempo, questa maledetta primavera che si fa corteggiare e sospirare e non accenna ad arrivare.
Sara' questo cielo bianco, come la Cecita' di Saramago. Una Cecita' bianca che nasconde i colorie che soffoca il buonumore e stringe ancora un po' quel nodo allo stomaco che, mannaggia alla miseria, e' sempre li' nonostante tutti i miei tentativi di sbarazzarmene.
In questi casi c'e' solo una cosa che mi salva. Uscire. Camminare.
'fanculo la pioggia attaccata ai capelli. Si esce Bibo amore di mamma, si lo so che piove, fa freddo e ti si gela il nasino, ma la mamma oggi soffoca. Oggi si cammina.
Ecco adesso va meglio. Ho scovato una passeggiata nel verde e senza macchine che mi porta da casa al mio mega supermercato e nel mega supermercato c'e' Starbuck con il Chai latte che mi aspetta e che sicuramente mi migliorera' la giornata.
Sono cosi', sono strana.
Quando sto bene e sono felice ho voglia di starmene a casa, fra le mie cose, possibilmente da sola.
Ma quando quel bianco apatico non se ne vuole andare, allora vuol dire che ho bisogno di aria, di suole sull'asfalto e cuore perso altrove.
Fra uno scossone e l'altro, quello piccolo si e' addormentato ed io mi sono fermata. Solo per guardarlo un po'. Ed ho sentito il primo click. Il primo interruttore che si accendeva, il primo nodo che si scioglieva.
Con l'anima molto piu' sollevata ed i capelli molto più bagnati (ecco bravi, provate un po' a tenere l'ombrello mentre spingete un passeggino!), sono rientrata a casa dove la ragazza che mi aiuta con le pulizie stava finendo di rassettare e si preparava per andare.
Lavora qui da pochissimo, non ci conosciamo quasi perche' non c'e' lingua in comune.
Lei arriva alla mattina, con la sua fascia in testa, il suo sorriso pulito, ed un quadernino con tutte le frasi in inglese che le potrebbero servire.
Oggi aveva l'aria un po' triste. Ha preso in braccio il Bibo e se lo e' baciato. Ed aveva gli occhi umidi.
Anche io ho una figlia, mi dice, un po' a gesti e con qualche parola rubata a lingue diverse.
Ha cinque anni. E mi mostra orgogliosa la foto di una biondina sorridente.
Dove e' la tua bimba mentre lavori? Le chiedo io in qualche modo.
In Moldova, risponde lei, con la nonna. La rivedro' forse a Settembre.
Come OSO essere di cattivo umore e con il magone?
Come OSO dare la mia buona sorte per scontata?
Come OSO dimenticare quanto questa vita mi dia ogni giorno.
A volte pensiamo che quel che abbiamo sia dovuto e meritato. Perche' siamo delle brave persone, perche' non facciamo male a nessuno, perche' ci prendiamo cura dei nostri cari ed abbiamo sempre fatto il nostro dovere.
Be' no, non e' cosi! E sarebbe bene ripetercelo ogni giorno. Usare un po' di piu' la mente per riorganizzare le emozioni, soprattutto quelle negative. Usare un po' di prospettiva per giudicare la nostra vita.
Smettere di buttare via sorrisi preziosi per problemi di carta.
Thursday, 7 February 2013
Il Nome che Venne Prima di Tutto
C'erano due ragazzi, nel pieno dei loro vent'anni.
C'erano due ragazzi, nel pieno dei loro vent'anni che respiravano ambizione e coltivavano aspettative fra i college senza tempo di Cambridge.
C'erano due ragazzi che in una sera d'estate in Italia si erano scambiati un bacio che li aveva uniti, allontanati e confusi e che quella sera, dopo un mese di silenzio, si studiavano cercando di decifrarsi.
Amici da un anno, impegnati in altre complicate relazioni, si erano scoperti a poco a poco piu' affini di quanto credessero. Avevano iniziato un tango di sguardi, di parole non dette, di allontanamenti e riavvicinamenti improvvisi. Nessuno dei due aveva chiaro dove quel ballo li avrebbe portati, forse solo un'infatuazione che avrebbero diligentemente rimesso sotto il cuscino, o forse no.
E poi c'era stata l'Italia, il rincontrarsi lontani dalle scrivanie dell'universita', lontani dal giro di amicizie incrociate che avrebbero storto il naso nel vederci mano nella mano.
Ed una nottata in riva al mare non poteva far altro che concludere il nostro tango con una giravolta, un casquet ed un bacio appassionato.
Pero' adesso, tutto era tornato ad essere complicato. Ritornati in Inghilterra, ritornati alle nostre scrivanie, con quella notte d'estate alle spalle, dovevamo toglierci le maschere una volta per tutte e scoprire se per noi c'era in riserbo qulacosa di piu' che un'amicizia con una svista.
E cosi' quella sera ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, a mangiare e chiacchierare facendo un po' finta di niente ma pesando il significato di ogni frase non detta.
Non ricordo tutto quello che ci siamo detti, ma ricordo perfettamente che abbiamo parlato di futuro e che quel futuro per noi voleva dire famiglia e figli. Fra le migliaia di incertezze che avevamo a vent'anni, in quella splendida terra di mezzo che e' Cambridge, dove in tanti arrivano e che tutti prima o poi lasciano, l'unica certezza che avevamo e' che prima o poi, da qualche parte nel mondo, avrremmo costruito una famiglia.
"E poi io so gia' come si chiamera' mia figlia" dice lui
"Ma non mi dire" risponde un po' sarcastica lei
"Mia figlia si chiamera' Annachiara, perche' e' un nome candido e limpido. Ha un suono cristallino, la semplicita' di Anna e la dolcezza di Chiara" afferma lui
E cosi' mi sono innamorata, dell'uomo che e' diventato mio marito e del nome che adesso appartiene a mia figlia.
Mai potro' amare nome allo stesso modo.
Mai potro' fare dono più bello a mia figlia: non le abbiamo regalato solo un nome, le abbiamo regalato una bellissima storia.
C'erano due ragazzi, nel pieno dei loro vent'anni che respiravano ambizione e coltivavano aspettative fra i college senza tempo di Cambridge.
C'erano due ragazzi che in una sera d'estate in Italia si erano scambiati un bacio che li aveva uniti, allontanati e confusi e che quella sera, dopo un mese di silenzio, si studiavano cercando di decifrarsi.
Amici da un anno, impegnati in altre complicate relazioni, si erano scoperti a poco a poco piu' affini di quanto credessero. Avevano iniziato un tango di sguardi, di parole non dette, di allontanamenti e riavvicinamenti improvvisi. Nessuno dei due aveva chiaro dove quel ballo li avrebbe portati, forse solo un'infatuazione che avrebbero diligentemente rimesso sotto il cuscino, o forse no.
E poi c'era stata l'Italia, il rincontrarsi lontani dalle scrivanie dell'universita', lontani dal giro di amicizie incrociate che avrebbero storto il naso nel vederci mano nella mano.
Ed una nottata in riva al mare non poteva far altro che concludere il nostro tango con una giravolta, un casquet ed un bacio appassionato.
Pero' adesso, tutto era tornato ad essere complicato. Ritornati in Inghilterra, ritornati alle nostre scrivanie, con quella notte d'estate alle spalle, dovevamo toglierci le maschere una volta per tutte e scoprire se per noi c'era in riserbo qulacosa di piu' che un'amicizia con una svista.
E cosi' quella sera ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolo, a mangiare e chiacchierare facendo un po' finta di niente ma pesando il significato di ogni frase non detta.
Non ricordo tutto quello che ci siamo detti, ma ricordo perfettamente che abbiamo parlato di futuro e che quel futuro per noi voleva dire famiglia e figli. Fra le migliaia di incertezze che avevamo a vent'anni, in quella splendida terra di mezzo che e' Cambridge, dove in tanti arrivano e che tutti prima o poi lasciano, l'unica certezza che avevamo e' che prima o poi, da qualche parte nel mondo, avrremmo costruito una famiglia.
"E poi io so gia' come si chiamera' mia figlia" dice lui
"Ma non mi dire" risponde un po' sarcastica lei
"Mia figlia si chiamera' Annachiara, perche' e' un nome candido e limpido. Ha un suono cristallino, la semplicita' di Anna e la dolcezza di Chiara" afferma lui
E cosi' mi sono innamorata, dell'uomo che e' diventato mio marito e del nome che adesso appartiene a mia figlia.
Mai potro' amare nome allo stesso modo.
Mai potro' fare dono più bello a mia figlia: non le abbiamo regalato solo un nome, le abbiamo regalato una bellissima storia.
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